Omega-3 nel Latte Materno

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Omega-3 nel Latte Materno

Il Latte materno è un alimento su misura per il bambino, la sua composizione è unica e specifico per il piccolo.

Il latte umano è uno dei più dolci: contiene il 7% di lattosio, ed è relativamente povero di proteine “appena lo 0,9%”.

La quantità di grasso nel latte umano è del 3,5%, identica a quello di mucca, ma la composizione in acidi grassi è completamente diversa.

Il grasso del latte umano è ricco di acidi grassi omega-3: DHA, EPA e ALA.

Il DHA è importante per il cervello del bambino: Aiuta a formare le membrane cellulari dei neuroni e dei fotorecettori retinici della vista.

Molti studi dimostrano che una dieta ricca di DHA “acido cervonico”, contribuisce ad aumentare il quoziente intellettivo.

In uno studio condotto sul latte materno di donne della Lettonia, è stato dimostrato che il contenuto di Omega-3 nel grasso del loro latte era la seguente (dati espressi in % sul totale degli acidi grassi):

  • DHA (omega-3) 0,7%
  • EPA (omega-3) 0,2%
  • ALA (omega-3) 1,5%
  • Acido Arachidnico (omega-6) 0,5%
  • Acido Diomogamma linolenico (omega-6) 0,3%
  • LA (omega-6) 11,1%

La quantità di DHA nel latte materno non è una costante, ma varia in funzione della dieta della donna; Le donne che assumevano cibi ricchi di DHA, producevano un latte più ricco di questo omega-3.

I Dottori Brena e Lapillone, hanno sviluppato una formula matematica per stimare il contenuto di DHA nel grasso del latte materno, in funzione della quantità di DHA assunto dalla donna.

La formula è la seguente:

[DHA%] Latte Umano = 0,72 x M + 0,20

Dove:

  • [DHA%] Latte Umano è la % di DHA contenuto nel grasso del latte materno
  • M sono i grammi totali di DHA assunti quotidianamente dalla madre attraverso la dieta

Sapendo che il latte di donne della Lettonia, contiene il 0,7% di DHA, mediamente quanti grammi al giorno di DHA assumono con la dieta?

Per stimarlo, basta applicare la formula inversa dell’equazione, ossia:

M = ([DHA%] Latte Umano – 0,20)/ 0,72

che inserendo i dati, otteniamo:

M = (0,7 – 0,2)/2 = 0,69 grammi

Quindi una donna che allatta, che assume con la dieta una quantità media di 0,69 g al giorno di DHA, produrrà un latte contenete il 0,7% di DHA sul totale del grasso.

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Ora immaginiamo che una donna assume un integratore di olio di pesce contenente 720 mg di DHA a dose. Il DHA dell’olio di pesce, di quanto influirà sulla composizione in DHA del grasso del suo latte materno?

Per saperlo, basta applicare la formula di Brena e Lapillone:

[DHA%] Latte Umano = 0,72 x M + 0,20

ed otteniamo:

[DHA%] Latte Umano = 0,72 x 0,72 + 0,20 = 0,72%

Fonte Bibliografica

Pubblicato da Dottor Liborio Quinto

Sono un appassionato di Biologia e Chimica degli Alimenti, e condivido con Voi, il Mio sapere. Chi è interessato a propormi qualcosa, può contattarmi

Una risposta a “Omega-3 nel Latte Materno”

  1. Gli acidi grassi e la particolare correlazione con l’infiammazione

    La componente funzionale dei lipidi è rappresentata proprio dagli acidi grassi, che conferiscono l’elemento di distinzione tra le varie classi esistenti.

    Gli acidi grassi sono dei polimeri costituiti da una sequenza di atomi di carbonio, non si trovano quasi mai in forma libera ma sono associati ad alcune strutture, quali ad esempio il glicerolo, per formare i cosiddetti trigliceridi. La loro biodisponibilità è legata alla modalità di assunzione mediante la dieta, ed in particolare è utile fare la differenza tra quegli acidi grassi che il nostro organismo è in grado di produrre a livello endogeno, mediante biosintesi, e che prendono il nome di acidi grassi non essenziali, e invece quegli acidi grassi che è necessario introdurre attraverso la dieta poiché il nostro organismo non è in grado di produrre, ovvero gli acidi grassi essenziali.
    Inoltre, si possono distinguere gli acidi grassi in saturi, quando gli atomi di carbonio sono uniti tra loro da legami semplici ( -C-C- ), e insaturi, quando gli atomi di carbonio presentano uno o più doppi legami ( -C=C- ).
    E’ proprio sugli acidi grassi essenziali che voglio ricalcare l’attenzione .
    Essi sono due: l’acido alfa-linolenico (ALA, C18:3), presente in alcuni semi ed oli di semi, come colza, canapa, noce, soia, lino ed in misura minore nei vegetali, soprattutto noci, verdura a foglia verde, legumi e cereali, viene considerato il capostipite e precursore degli acidi grassi omega-3, mentre l’acido linoleico (LA, C18:2), presente in tutti gli oli vegetali tra cui, in particolare, l’olio di semi di girasole, rappresenta il precursore degli omega-6. Da questi acidi grassi essenziali l’essere umano è in grado di sintetizzare tutti gli altri polinsaturi, tramite enzimi che consentono l’aumento del numero di doppi legami e l’allungamento della catena carboniosa, ottenendo due serie di composti: rispettivamente gli acidi grassi polinsaturi della famiglia degli omega-3 e quelli della famiglia degli omega-6.
    E’ utile ricordare che vi sono alcuni acidi grassi, come l’EPA e il DHA, che sono anti-infiammatori, e l’acido arachidonico, che è un precursore dell’infiammazione.
    Qual è la loro importanza nell’invecchiamento cellulare e il ruolo che hanno nell’infiammazione?
    Studi importanti hanno dimostrato come l’invecchiamento funzionale cellulare sia legato non solo a fattori quali la genetica, lo stile di vita, le condizioni ambientali, ecc, ma anche alla presenza o meno di questi famosi acidi grassi. Il loro metabolismo è legato alla patogenesi di alcune malattie come il Parkinson, l’Alzheimer, il diabete mellito di tipo 2, l’aterosclerosi, l’artrite, la depressione e anche malattie autoimmuni per il rapporto esistente con lo stato di infiammazione cronica.
    L’assunzione degli acidi grassi essenziali e il rapporto omega-6/omega-3 è sempre più richiesto in un contesto di stile vita in cui si è sempre più esposti a fenomeni di invecchiamento cellulare e sviluppo dell’infiammazione.
    Quello che mi preme sottolineare è l’importanza del rapporto omega-6/omega-3 nella dieta: un elevato apporto dei primi rispetto ai secondi determina un aumento di citochine pro-infiammatorie con sviluppo degli intermedi (acido arachidonico) che sono alla base di eventi infiammatori nel nostro organismo; al contrario, una buona assunzione di omega-3 risulta essenziale per la prevenzione degli eventi infiammatori grazie alala presenza dei benefici EPA e DHA.
    La sintesi dei prodotti metabolici di questi acidi grassi essenziali, prodotti che chiameremo eicosanoidi, si possono distinguere quindi in meno benefici (derivanti da omega-6) e più benefici (derivanti da omega-3).
    Come ho inoltre detto prima, essi svolgono un ruolo di fondamentale importanza non solo nel controllo dell’infiammazione e quindi nella gestione di numerose patologie su base infiammatoria, come anche quelle autoimmuni (Tiroidite di Hashimoto, fibromialgia, morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa), ma anche nella protezione del sistema nervoso.
    Le cellule neuronali, che compongono il sistema nervoso sia centrale che periferico, sono rivestite da significative quantità di questi lipidi, assicurando la corretta trasduzione del segnale.
    Tenere sotto controllo la quantità di DHA a disposizione dell’organismo è fondamentale per una funzionalità cerebrale ottimale: il DHA svolge la propria azione neuroprotettiva soprattutto attraverso un metabolita, la neuroprotectina D1 (NPD1), che veicola un segnale di omeostasi e di sopravvivenza delle cellule nervose. Da molti studi emerge come una dieta ricca in omega-3 aumenti le capacità di apprendimento e rallenti il declino delle funzioni cognitive. Al contrario, la carenza aumenta la vulnerabilità allo sviluppo di disordini neurologici tipici dell’età. L’assunzione di una giusta quantità di DHA rappresenta un fattore protettivo nei confronti dell’insorgenza dell’Alzheimer. La neuroprotectina D1 (NPD1) è infatti in grado di rallentare il processo di deposizione delle fibrille di β-amiloide che caratterizzano la malattia. Il DHA, inoltre, favorisce l’instaurarsi di un microambiente ricco di segnali antiapoptoici e antinfiammatori.
    Inoltre sono molti gli studi epidemiologici che hanno messo in relazione un’alimentazione ricca di acidi grassi polinsaturi della famiglia omega-3 con una minore incidenza di depressione e disturbi dell’umore.
    Quindi, tornando ai lipidi essenziali: dove trovare questi nutrienti?
    Una buona fonte di acidi grassi omega-3, in particolare acido docosaesaenoico (DHA) ed acido eicosapentaenoico (EPA) è rappresentata dal pesce (soprattutto pesce grasso). Salmone, tonno, sgombro, sardine, aringhe, merluzzo, in generale il pesce azzurro è ricco di omega-3. Si consiglia di prediligere il consumo di pesce fresco, variando le specie e limitando il consumo di pesci grandi e predatori le cui carni possono contenere maggiori quantità di contaminanti derivanti dal fenomeno del bio-accumulo. Pesce ed olio di pesce sono alimenti preziosi, ma in una dieta varia è importante abbinare anche altri alimenti che contengono acidi grassi polinsaturi come noci e semi (ad esempio semi e olio di lino o di canapa), ricordando che una dieta varia contribuisce a fornire, oltre agli acidi grassi polinsaturi, tutti gli elementi necessari al mantenimento del benessere dell’organismo. Gli acidi grassi monoinsaturi più diffusi sono l’acido palmitoleico (C16:1) e l’acido oleico (C18:1) che è presente in elevate quantità soprattutto nell’olio d’oliva. Buone concentrazioni di questo acido grasso si trovano anche nelle mandorle, nelle nocciole, nelle arachidi, negli anacardi, nei pistacchi e nei rispettivi oli. Valori ottimali di questa classe di acidi grassi intervengono nel favorire il normale mantenimento della fluidità ematica e nel diminuire la quota di colesterolo LDL. Se il dato di acidi grassi saturi eccede occorre prendere in considerazione, invece, indicazioni nutrizionali di massima che prevedano la riduzione degli alimenti che ne sono ricchi, moderando il consumo di alimenti come carni, fritture di ogni tipo, strutto, insaccati, burro e latticini ed anche alcuni vegetali come l’olio di cocco, l’olio di palma, l’olio di semi di arachidi ed i grassi idrogenati quali la margarina (questi ultimi sono largamente utilizzati nell’industria alimentare, soprattutto per la preparazione di dolciumi e prodotti da forno).

    Dott. Francesco Garritano

    BIBLIOGRAFIA
    • Grosso, Giuseppe, Fabio Galvano, Stefano Marventano, Michele Malaguarnera, Claudio Bucolo, Filippo Drago, e Filippo Caraci. «Omega-3 Fatty Acids and Depression: Scientific Evidence and Biological Mechanisms». Oxidative Medicine and Cellular Longevity 2014 (2014).

    • Zárate, Rafael, Nabil el Jaber-Vazdekis, Noemi Tejera, José A. Pérez, e Covadonga Rodríguez. «Significance of long chain polyunsaturated fatty acids in human health». Clinical and Translational Medicine 6 (27 luglio 2017).

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